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Percorso Museale

percorso museale

PERCORSO MUSEALE PALIO 2012

Introduzione

LA STORIA, FONTE DI ISPIRAZIONE

  Quando, alla fine del 1997, prese corpo la volontà di istituire il Corteo storico e il Palio dell’Assunta, non si poteva certo prescindere dalla storia palianese. E allora come non riferirsi ad essa – così ricca di episodi – per  cogliere gli spunti necessari.  Così, per queste due manifestazioni che si svolgono il 13 e il 15 (inizialmente il 15 e 16) agosto legate all’antichissima festa dell’Assunta, ci si è ispirati a due eventi  significativi del nostro passato: la concessione degli Statuta Terrae Paliani nel 1531 e il Trionfo di Marcantonio Colonna dopo la vittoria di Lepanto (1571) un ciclo pittorico del 1573-75 affrescato lungo le pareti della sala del Capitano all’interno della fortezza (l’attuale Casa di reclusione) che rievoca le gesta del principe di Paliano.

  Prima forma legale e giuridica di organizzazione della comunità e di partecipazione popolare alla cosa pubblica,  negli Statuta trova la sua origine anche il Palio dell’Assunta. Esso è menzionato nel capitolo LIII del primo libro, in cui gli amministratori del tempo sancirono: “stabiliamo e ordiniamo che ogni anno gli Ebrei abitanti in Paliano siano tenuti a fare a proprie spese un pallio del valore di tre ducati d’oro in occasione della festa dell’Assunzione di Maria Vergine, che siano del tutto esenti da ogni tassa a cui sarebbero tenuti”. Con la distruzione degli archivi comunali e la perdita degli statuti medievali, avvenuti probabilmente del 1526-28 e con l’invasione francese del 1799, non abbiamo notizie più antiche su questa nostra festa del 15 agosto. S i sa solo che attorno all’anno 1000 era così popolare, tanto da essere annoverata tra le ricorrenze nelle  quali si osser vava il riposo.

  La tradizione orale palianese riferiva di una sorta di palio, corrida o corsa di bufali, che si effettuava sotto le mura castellane fino agli anni 1910-11 e poi definitivamente tramontata. Un’usanza introdotta certamente dagli spagnoli, la cui presenza a Paliano, come rinforzo al presidio militare del Forte, è accertata negli anni 1564-65. Da documenti d’archivio sappiamo che nel  1877 la giunta municipale stanziò 50 lire per la corsa di cavalli nel giorno di Ferragosto, così come in un altro documento – sempre la stessa festa – si fa menzione di corse di uomini e ragazzi a torso nudo, ma che vennero proibite dai canonici di Sant’Andrea perché suscitavano “…alquanto scandalo”.

  Oggi il Palio dell’Assunta è un drappo dipinto in cui è connaturato l’evento ludico e religioso e che i contrada ioli aspirano fortemente a vincere nella Giostra del Turco: una competizione ippica in cui abilità, destrezza e precisione col pugnale devono essere le qualità necessarie dei cavalieri per infilare il maggior numero di anelli retti dal Turco, un fantoccio che rappresenta simbolicamente il nemico sconfitto a Lepanto.

inizio 

Prima tappa

p.zza XVII Martiri ESPOSIZIONE GALEA AMMIRAGLIA 1571

La piazza, anticamente un  bastione, abbattuto durante l'epoca fascista per edificare il palazzo comunale odierno e chiamata allora p.zza del Littorio,è oggi intitolata ai XVII martiri di Paliano, vittime delle violenze e rappresaglie nazifasciste.

Nella sala dell'ex cinema Esperia ammiriamola riproduzione fedele della  Galea Ammiraglia o Capitana Pontificia che, al comando di Marcantonio Colonna II,  fu protagonista decisiva e vittoriosa della famosa battaglia di Lepanto La Galea ammiraglia in esposizione è stata realizzata dall' Ass Culturale “Gaeta e il Mare” di Gaeta. L’Associazione Culturale “ Gaeta e il Mare” ha iniziato la sua attività nell’estate del 1995, con una mostra marinara. I Soci sono tutti Ufficiali e Comandanti e gente di mare della marina mercantile e militare italiana. Lo scopo fondamentale è quello di recuperare la storia marinara di Gaeta e del suo Golfo, per fare questo, in particolare si sono  imposti di realizzare dei modelli di navi, in scala abbastanza visibili, che hanno avuto attinenza con la storia marinara della città.

La prima barca costruita è stata la caravella di Giovanni Caboto, nativo di Gaeta, chenel 1497 scoprì il Canada.

Nel 2.000 in occasione del Giubileo sono andati a ricercare una nave che avesse avuto attinenza con Gaeta e la cristianità e  l’hanno trovata nella Galea di Lepanto di Marcantonio Colonna che, partito da Civitavecchia con la flotta pontificia, per andare a combattere i Turchi, si fermò nel porto di Gaeta dal 24 al 26 giugno 1571.

L’Ammiraglio, sceso a terra, nella cattedrale di Gaeta fece voto a S. Erasmo che se avesse vinto la battaglia contro i Turchi avrebbe donato alla cattedrale lo stendardo che gli era stato dato da Pio V. La battaglia fu vinta e Gaeta custodisce lo storico stendardo di Lepanto, prima pala d’altare, ora esposto nel museo Diocesano.             Lo Stendardo di Lepanto è il sacro ,vessillo  benedetto da papa  Pio Ve  issato sulla nave ammiraglia della flotta cristiana, a protezione della Santa Alleanza, durante la la battaglia nel mare di Lepanto. IL 20giugno 1571il Papa Pio V lo benedisse in San Pietro e lo consegnò all'ammiraglio Marcantonio Colonna, incaricandolo di radunare la flotta pontificia nella rada di Gaeta per poi partire al suo comando ed unirsi al resto della flotta cristiana comandata da Don Giovanni d' Austria figlio naturale di Carlo V  e fratellastro di Filippo II di Spagna

Il 22 giugno 1571 Marcantonio Colonna giunse in Gaeta, passò in rassegna tutta la propria flotta e poi si recò nel Duomo di Gaeta a chiedere la protezione di Sant 'Erasmo sull'impresa che si accingeva a compiere: fece solenne voto che, qualora fosse tornato vincitore grazie alla sua intercessione, avrebbe donato il sacro stendardo al santo.

Il 24 giugno1571 la flotta pontificia, al suo comando, salpò da Gaeta per congiungersi con il resto della flotta cristiana a Messina, da dove partì a ranghi completi il 24 agosto1571 per muovere contro i turchi.

A quella battaglia navale parteciparono anche marinai di Gaeta.

La galea era lunga circa mt. 48 , aveva un pescaggio di circa mt. 2, era larga mt. 7 aveva 44 remi, 22 per lato, ogni remo era lungo mt. 11 ed era azionato da tre a cinque rematori che nella flotta pontificia non erano schiavi in catene, come sulle galee turche.

L’armamento nautico era completato da due alberi con due vele latine che permettevano di spostarsi in presenza di vento.

La galea  era armata con 5 cannoni di diverso calibro a prua, quello centrale era il più grande e gli altri diminuivano di calibro verso l’esterno. Lungo le fiancate della nave erano disposte diverse colubrine per la battaglia ravvicinata.

La battaglia fra galee, fino a prima di Lepanto, avveniva sempre nello stesso modo, le navi arrivate a distanza di tiro dei cannoni sparavano cercando di infliggere al nemico più danni possibili, poi remando a tutta forza andavano a speronare la nave nemica permettendo sulla prua estrema il passaggio ai propri soldati per l’arrembaggio all’arma bianca.

Il fattore innovativo e vincente per la flotta della Lega Santa a Lepanto  fu l’immissione nella battaglia navale, da parte dei veneziani, di galeazze non conosciute dai turchi.

Il fattore sorpresa di tale nave, più lenta della galea,  era la presenza anche sulle fiancate della nave di cannoni che fecero la differenza, sparando sulle galee nemiche anche dai lati mentre queste erano nello sforzo finale di lanciarsi all’arrembaggio. 

Tutte le notizie su come erano fatte le galee pontificie sono  attinte da diversi libri, in particolare dal Guglielmotti.

 

BATTAGLIA DI LEPANTO

Durante la Controriforma un rinnovato ed entusiastico spirito religioso muoveva gli animi e gli stati dell’Europa cattolica. Allarmato dal dilagare della minaccia musulmana nel bacino del Mediterraneo, papa Pio V promosse una nuova ‘crociata’ contro i turchi, coagulando attorno ad una Santa Lega la Spagna, la repubblica di Venezia e i maggiori stati italiani. L’intento era di muovere guerra per mare all’impero ottomano. Una flotta di oltre 200 navi con circa 45.000 uomini tra marinai, rematori e 30.000 fanti imbarcati, al comando di don Juan d’Austria, mosse incontro alla flotta turca presso le isole Curzolari, e a Lepanto, nel golfo di Corinto Grecia) la distrusse in gran parte il 7 ottobre 1571. Le cifre e il bilancio dello scontro furono impressionanti: Lepanto rappresentò sul piano militare, la più grande battaglia della storia della marina a remi e la vittoria della Lega, sorretta senz’altro da una superiore  tecnologia, grazie alla presenza delle galee veneziane,allontanò la minaccia turca dalle coste del Mediterraneo occidentale. Nonostante la superiorità numerica di navi e uomini e l’apporto dei tre più abili corsari barbareschi, cioè Uluc Alì, Mohammed Soraq (o Chaoulak) detto Scirocco e Khara Khodja, detto Caracosa, l’ammiraglio turco Mehmet Alì Pashà perse a Lepanto 150 navi e circa 18.000 uomini, tra morti e prigionieri. La flotta cristiana ebbe invece 15 galee distrutte o affondate e 7.500 uomini fuori combattimento, tra morti e prigionieri.

   Dopo la vittoria, Pio V e la città di Roma vollero tributare al principe di Paliano Marcantonio Colonna, vicecomandante dell’Armata cristiana e ammiraglio della flotta pontificia, solenni onori alla maniera degli antichi condottieri romani quando tornavano vittoriosi con le loro legioni. Per questo fu reso omaggio al Colonna prima nel suo feudo di Marino, dove sostò qualche giorno, e poi a Roma.  Scene del trionfo sono affrescate nella fortezza.

Paliano è legato a questo evento perché l'ammiraglio della flotta pontificia era Marcantonio Colonna II.

Nato a Civita Lavinia (l’odierna Lanuvio) nel 1535, comandante della cavalleria spagnola nel 1553, Marcantonio Colonna II divenne  principe di Paliano nel 1569 con il privilegio di trasmettere la carica per eredità ai maschi primogeniti della famiglia. Da papa Pio V fu nominato capitano generale nonché ammiraglio della flotta pontificia e dell’Ordine di Malta nella spedizione contro i Turchi.

  Nonostante fosse ostacolato nella sua azione, riuscì tuttavia a smussare i contrasti tra la Spagna e Venezia e a ricucire, grazie a non comuni doti diplomatiche,  i rapporti tra quest’ultima e Genova, le due rivali divise da secoli dagli interessi economici e dall’orgoglio nazionalista.

   A Lepanto il Colonna contribuì grandemente alla vittoria finale. Messo a riposo forzato e in cattiva luce dalle gelosie degli spagnoli e dei baroni romani, ebbe tuttavia la nomina a vicerè  di Sicilia nel 1577 e nel 1584, invitato in Spagna con il pretesto di  un’offerta per il comado dell’Invencible Armada, la flotta di Filippo II, Marcantonio morì improvvisamente a Medinacoeli il 1° agosto, forse avvelenato dai suoi rivali. 

2^ tappa Sala delle torture in via Cavour 13

La mostraè stata  realizzata e curata da Luca Coltellacci ..

Le macchine  e gli strumenti di tortura venivano impiegati dalla Santa Inquisizione per strappare confessioni durante i processi sommari contro i presunti eretici coloro cioè che interpretavano la religione cristiana secondo il loro libero pensiero e l' inquisizione è stata proprio la lotta al libero pensiero.

Istituita dalla chiesa cattolica contro i sostenitori di teorie contrarie all'ortodossia cattolica già dal 1184, fu abolita negli stati europei nel 1800, ma fu mantenuta nello Stato Pontificio .(  Nel 1965 con PaoloVI prese il nome di “Congregazione per la dottrina della fede”)

La mostra, attinente al periodo storico del XVI secolo,   vuole documentare tematiche scabrose e aspetti orribili della storia dell'uomo che non devono essere dimenticati, e vuole essere un monito perché non si ripetano più.

 

 

3 ^ tappa.  Mostra foto di Mario Pierro e Stendardi del Palio . VecchioOspedale, in vicolo del turco “S. Maria zona ospitale” (Si percorre  via campo di Quarata e via del Baluardo) 

In via campo di Quarata osservare la casa di Moele Tosi che partecipò alla disfida di Barletta . In una recente ricostruzione il proprietario Augusto racconta la presenza di finestre strombate , assimilabili a feritoie di avvistamento o di  attacco al nemico.

Il nome Via campo di Quarata è la deformazione del nome della piana di CORATO in Puglia, , dove nel 1503 si tenne la disfida famosa come “Disfida di Barletta” alla quale partecipò MOELE TOSI da Paliano.

Durante la guerra tra Francesi e Spagnoli per  la spartizione delle terre del regno di Napoli, nel 1503, 13 soldati italiani scelti da Prospero e  Fabrizio Colonna(sotto l'egida spagnola) si batterono vitttoriosamente contro i  soldati francesi. Come testimonianza di questo avvenimento  nell' affresco della “loggia” della Fortezza si può osservare un arco che fa riferimento a Corato, disfida di Barletta. 

 

La testimonianza dell'esistenza dell' ospedale è documentata da una pianta topografica di Paliano del XVI secolo, conservata agli Uffizi di Firenze (sez architettura militare) dove si indica una piazzetta di vicolo del Turco “ S. Maria zona ospitale”

La tradizione orale conferma questa testimonianza e i proprietari che nel tempo hanno abitato l'edificio narrano di aver trovato nicchie con vecchie bende e strumenti della medicina di allora, andati però perduti. Particolare interesse riveste  il grande camino fine medioevo-rinascimento in peperino nero. 

IL maestro Mario Pierro, di origine pugliese, ha vissuto a Brindisi sino all’età di vent’anni; dopo una permanenza di circa quattro anni nel lazio, a Roma e Sora (FR), si è trasferito definitivamente in Friuli dove, da più di trent’anni, vive, con la propria famiglia, a Gradisca d’Isonzo (GO).
Pierro ha fondato tre circoli fotografici, ha tenuto innumerevoli corsi fotografici, ha vinto più di trecento premi fotografici , sue foto sono state pubblicate su riviste e giornali quali: BELLA ITALIA, IL VENERDI’ DI REPUBBLICA, LO SPECCHIO, ATLANTE, IL GIORNO, GENTE MOTORI, BELLA, ITALIA PIÙ e LIFE STYLE ; le riviste TUTTI I FOTOGRAFI, REFLEX, FOTOGRAFARE, IL FOTOGRAFO e PHOTO CINE VIDEO gli hanno dedicato un portfolio.
Nel 2002 è stato pubblicato il suo libro fotografico “LO SPAZIO DI UN’EMOZIONE” (edito da Designgraf srL, strada dell’Artigianato 17/3, 33030 Basaldella (UD) Tel.0432 561408, Fax 0432 561564 ).
Mostre personali di Mario PIERRO si sono tenute a: Milano, Numana (AN), Torino, Cividale (UD), Portogruaro (VE), Romans (GO), Gradisca d’Isonzo (GO), Monfalcone (GO), Spilimbergo (UD), Trieste, Althofen (Austria), Elsinki (Finlandia), Lignano (UD), Staranzano (GO), Latisana (UD).
Il 29 aprile del 2006 la F.I.A.F. (Federazione Italiana Associazioni Fotografiche) ha conferito a Mario PIERRO l’onorificenza di “ARTISTA DELLA FOTOGRAFIA ITALIANA” .

  La tecnica

Le foto di PIERRO, il più delle volte, vengono stampate su carta Bianco-Nero ad alto contrasto, con l’aggiunta, in qualche caso, di un retino fotografico e solo successivamente, l’autore interviene, su alcune zone dell’immagine, con un viraggio color seppia che conferisce al particolare  prescelto quell’inconfondibile colore “bruno” che ritroviamo in quasi tutte le foto; tale tecnica che richiede molta pazienza , precisione e un’accurata scelta dei particolari da trattare, rende ogni immagine unica e irripetibile. Dall’anno 2005 la tecnica sopra descritta viene realizzata al computer tramite un programma digitale di foto-ritocco.

Gli Stendardi del Palio 

Gli stendardi del Palio vengono realizzati su bozzetti di artisti che partecipano ad un concorso che si tiene nella “GIORNATA  DELLA CULTURA”.Il bozzetto vincitore viene realizzato nel Palio che sarà consegnato al Rione vincitore della “Giostra del Turco” il !5 agosto giorno della festa dell' Assunta

AUTORI DELLO STENDARDO DEL PALIO

1998    -  Achille Pacciani, Mauro Pizzale

1999    -  Elisabetta Romani

2000  -  Flavio Di Domenicantonio

2001   -  Silvia Macciocca

2002  -  Giuseppe Fortebracci

2003  -  Giuseppe Fortebracci

2004  -  Francesco Costanzo

2005  -  Elvo Di Stefano

2006  -  Claudio Lunghini

2007  -  Fernanda Freddo

2008  -  Franca Lubrano

2009  -  Giuseppe Vecchio

2010  -  Raffaella Manca

2011  -  Gianni Mastrantoni 

2012 -  Domenico Ingino

 

4^ tappa.  Fortezza  piazzale ex Scuola Elementare -Museo  delle  Armi 

(Si esce da vicolo del Turco, si passa per via del Baluardo, delle Galee, della Rocca, del Carmine, del Forte,   )

Il baluardo, in zona a nord-est,  più nascosta meno accessibile e più inespugnabile , rappresentava l'estrema difesa e la via di fuga con Porta Furba in caso di attacco nemico.La porta piccola e nascosta non serviva per l'accesso ma per la fuga..

P..zzetta del Carmine. Chiesetta in onore della Madonna del Carmine. Si sa  della   presenza del monastero delle suore del Carmelo sito in via  del Carmine dove si può osservare il vecchio portale e il simbolo I H S

Via e vicoli della Portella corrispondenti al ghetto degli Ebrei presenti già al tempo di Gregorio IX 1232.

Non c'erano più già ne 1722, ma sicuramente già da qualche secolo prima erano stati trasferiti a Roma da Paolo IV Carafa.(vedere  altre info alla Presentazione  Introduzione...   “a carico degli ebrei era posta la spesa per organizzare un palio per la festa dell'Assunta....). 

Passiamo per via del Forte e ci fermiamo a vedere , se possibile perché merita, la finestra bifora gotico-arabesca, la casa dell'astrologo Colini,  un cenno all'antica cisterna Colini, alla ruota del frantoio, all'edicola della Madonna del Carmelo. Giriamo per viale Garibaldi verso la Fortezza. Nel piazzale dell'ex Scuola Elementare “Marcantonio Colonna” visitiamo il MUSEO DELLE ARMI. (Prima spendiamo due parole per la fortezza.)

 

Fortezza

 

Il colle tufaceo dove sorge era fortificato già in tempi antichi. Non ci sono più tracce visibili a seguito delle continue ricostruzioni effettuate nei secoli e sepolte  definitivamente nel XVI sec quando il Forte fu eretto ex-novo dalle fondamenta. 

Il Castrum Palianus nel 1232 fu cinto di un fossato e di alte mura e vi fu costruita un’altissima torre di avvistamento di forma quadrata. 

Paliano,  roccaforte della famiglia Colonna,  nel XVI sec. organizza intorno alla torre baluardi adeguati alle artiglierie,  fossati,  mura,  ponti levatoi,  terrapieni; tutte queste opere trasformarono il Castro medievale in una imponente Fortezza invalicabile,  nella Campagna Romana,  in posizione strategica tra Abruzzo,  Regno di Napoli e Stato Pontificio. 

Oltre che bastione difensivo la Fortezza forse voleva essere anche un monumento celebrativo per le gesta di Marcantonio,  grande condottiero,  che fece decorare la rocca con un imponente ciclo pittorico.

Nell’appartamento principesco all’interno della fortezza vi sono due salette con volta affrescata a grottesche,  medaglioni all’antica e decorazioni floreali. 

Nella prima sala c’è una loggia  con un affresco in cui è raffigurato il Palazzo Rospigliosi, oggi adibito a municipio di Zagarolo,  feudo della famiglia Colonna; accanto vi sono due stemmi,  la colonna della famiglia dominante e lo stemma degli Orsini.  Nella sala del capitano, la più grande,  c’è affrescata la marcia trionfale per la vittoria contro i Turchi durante la Battaglia di Lepanto del 1571. 

La datazione risale al 1572-73,  attribuito prima a Federico Zuccari e più recentemente a Triburzio Spannocchi,  generale al servizio dei Colonnesi e a Paolo Veneziano da Tagliacozzo. Pio V nel 1571 istituì la Lega Santa, costituita dagli stati cristiani,  per sconfiggere i Turchi,  i quali volevano occupare via mare l’Occidente e abbattere il Cristianesimo. 

La flotta spagnola, costituita anche da Marcantonio Colonna,  vinse sui Turchi,  il papa concesse al condottiero la cerimonia del Trionfo,  l’affresco rappresenta il corteo da Porta San Sebastiano alla Basilica di San Pietro (Roma). Gli Spagnoli non reputarono giusto ciò,  così per non deteriorare i rapporti Marcantonio decise di far realizzare il fregio nella fortezza militare di Paliano,  piuttosto che in un luogo di rappresentanza e cerimonie.  

Nel 1844 la fortezza fu donata dai Colonna a Papa Gregorio XVI; fu adibita dopo lavori di adattamento a Casa Penale. Papa Pio IX vi fece costruire la caserma “Marcantonio Colonna” che ospitò le Milizie Pontificie prima e successivamente fino al 1928 i Granatieri Italiani. 

Alla fine degli anni ’70 la Fortezza è stata trasformata in carcere di Massima Sicurezza e per questo sono state eseguite nuove opere adatte a tale funzione; innalzamento di alte pareti in cemento armato e nuovi edifici nelle corti interne. Tutto ciò ha fortemente alterato l’architettura originaria.

Chiesa di Santa Maria in Arce

E’ la cappella che si trova all’interno dell’attuale carcere di massima sicurezza in Paliano,  una volta Fortezza della famiglia Colonna. 

Marcantonio Colonna istituì questa cappella nel 1571 per celebrare le funzioni e confessare i soldati, all’interno del Forte. Nel XVI secolo le sue rendite furono annesse ai beni della Collegiata di Sant’Andrea Apostolo, queste si ricavavano dai terreni,  per il sostentamento del cappellano. 

Nel suo interno, nel XVIII secolo risultavano esserci eleganti suppellettili. 

Attualmente la struttura si trova in un locale che tra il XVII e XVIII secolo era il granaio della Fortezza; molteplici spostamenti che la riguardano sono avvenuti a causa delle diverse funzioni che nei secoli il castello ha avuto,  come Fortezza inizialmente, e come struttura penitenziaria oggi.

Un quadro d’altare  dipinto su lastra di ardesia,  databile alla prima metà del XIX secolo, rappresenta la Madonna della Misericordia,  la Vergine copre con il suo manto i condannati a morte incappucciati. Probabilmente fu donato dalla famiglia Colonna.)

 Entriamo  nel Piazzale dell' ex Scuola Elementare e ammiriamo le armi  antiche   

Il progetto di questa mostra museo delle armi  è nato dall'esigenza di valorizzare il territorio e le sue risorse. Proficuo è stato l'incontro del dirigente della casa circondariale Nadia Cersosimo  e  del presidente dell'Associazione Culturale  Palio dell' Assunta  e Corteo Storico Città di Paliano,  Antonello    Campoli. Si è voluto valorizzare e dare significato alle attività dei detenuti per il loro inserimento fattivo nella società. Le armi, copia fedele delle originali,   sono state realizzate dai detenuti, rigorosamente a mano , utilizzando materiali riciclati e strumenti  da hobbistica.

                                                  Catapulta

             Periodo storico: IV secolo a. c. n. 

La catapulta è una macchina d'assedio che sfrutta un braccio per scagliare con tiro curvo grosse pietre, proiettili di metallo o dardi o frecce. Prima “arma  tecnologica”, perfezionata da Filippo il Macedone, cambiò il modo di fare la guerra, affiancando al valore del singolo soldato quello della tecnologia.

Il nome deriva dal greco  “kata pelta”, ovvero “attraverso lo scudo”. Originariamente infatti la catapulta scagliava dardi capaci di trapassare le corazze meno robuste.

 

Spingarda

Periodo Storico: XIII -XIV secolo d. C.

Macchina da guerra, tipo di balestra usata nel medioevo per lanciare grosse pietre o verrettoni. Dopo l'invenzione della polvere da sparo, nome di una bocca da fuoco leggera e di piccolo calibro, intermedia tra le armi portatili e le artiglierie su affusto a ruote.

 

 

 

Colubrina

 

Periodo Storico: intorno al 1460 d. C.

La colubrina è menzionata in Italia fin dal 1447. 

Il nome deriva dal provenzale colobrina ( dal latino coluber:serpente).

Dal 1500 le grosse colubrine venivano fuse in bronzo in un sol pezzo e caricate con proiettili di ferro, erano in grado di esplodere colpi in rapida successione.

 

Bombardella a mortaio

Periodo Storico: intorno al XV d. C.

 

E' un orginale mortaio mobile d'assedio di forma inusitata, particolarmente nell'alzo di tipo a bilancia,agevole da maneggiare e trasportare.

Leonardo da Vinci progettò un arma del tutto simile e che poteva essere ippotrainata.

5^ tappa. MUSEO DELL'ABITO

 Scendiamo per via Scala del forte, per via Cesare Battisti ( un' osservazione veloce ai tufelli caratteristici dell'antico borgo medievale, al  turco nella pietra angolare) e visitiamo il museo dell'abito realizzato e curato dalla professoressa  Sandra Salvatori. Il museo ha aperto le porte perla prima volta in via Cavour nel 2010.Oggi, sito in via Cesare Battisti, il museo offre alla vista dei visitatori preziosi abiti in velluto , damascato, broccato , ricchi di pregiate passamanerie,  finemente cuciti con sapiente  maestria dalle sarte di Paliano , dietro la guida esperta e su bozzetti di Sandra Salvatori. Ogni bozzetto è stato disegnato rispettando  i canoni dell'epoca, ricercati nei dipinti e nei bozzetti con puntuale competenza, abbinata all' estro e alla  fantasia. Quest' anno il museo offre al pubblico anche  i costumi  di Enrico VIII  e Anna Bolena, realizzati dalla stilista Jolanda Gaioni per l' opera di Donizetti  “Anna Bolena” del 1988, indossati da Katia Ricciarelli e Paolo Washington. Oggi  i due costumi sono di proprietà della Sartoria Teatrale “Il Sipario” di Anzio.

 

LA MODA E IL COSTUME NEL XVI SECOLO

    Nell’Europa del primo Cinquecento non si avvertirono ancora i cambiamenti che stavano avvenendo in campo artistico, le cui tendenze erano ancora ispirate e influenzate dall’Italia, che continuò ad irradiare la sua cultura, la sua arte e la sua moda. Durante la seconda metà del XVI secolo l’Italia attenuò le sua supremazia culturale, di conseguenza anche il costume subì una modificazione nello stile. Dalla Spagna, a quel tempo potenza egemone, arrivò un modo nuovo di dettare la moda, tuttavia l’abbigliamento italiano rimase comunque abbastanza equilibrato, evitando ogni eccesso e togliendo sempre tutto ciò che appariva ostentato. L’abito femminile divenne più imponente, elaborando una linea orizzontale enfatizzata dal vertugado che allargava la gonna, abbandonando lo strascico della veste. La vita alta si arricchì di preziose linee di passamaneria, le spalle si allargarono, le scollature divennero quadrate e profonde, le maniche presero una forma a palloncino nella parte superiore, e sopra il gomito vennero attaccate maniche aderenti, elaborate e ricche di intagli che mostravano la camicia arricchita ai polsi da bellissimi pizzi di Venezia. Colori vivaci e contrastanti arricchirono i velluti, i damaschi, i broccati, il rigido taffettà e le sete.

   Anche l’abbigliamento maschile subì sostanziali modifiche, diventando rigido e chiuso nei giubbotti imbottiti indossati sopra la voluminosa camicia chiusa fino al collo, arricchita di gorgiere o lattughine  lavorate e  inamidate che ornavano anche  i polsi. I calzoni erano imbottiti, foderati e chiusi a palloncino che arrivavano appena sotto il cavallo, avendo al bacino una forma molto allargata. Erano formati da tante strisce di tessuto poste verticalmente, che lasciavano vedere la stoffa sottostante, sempre con colori contrastanti. Si continuavano a portare i mantelli e la guarnacca invernale e il lucco estivo. Il cappello più usato rimase la berretta, che però si arricchì di molti ornamenti. Caratteristiche furono le scarpe con la tomaia larga a forma di zampa d’anatra arricchite di intagli.

   Il costume militare perse d’importanza perché gli eserciti erano prevalentemente formati da soldati di ventura, che non avevano un’uniforme propria. Divennero invece sempre più ‘artistiche’ le armature e in particolare quelle da giostra, che si distinguevano da quelle da guerra perché cesellate ‘a rilievo’ e spesso dorate e incise. E’ interessante, a riguardo, la descrizione dell’abito indossato da Marcantonio Colonna durante il suo trionfale ingresso a Roma il 4 dicembre 1571, dopo la vittoria di Lepanto: «…aveva indosso un cappotto di velluto nero foderato di pelli di gran valuta e cappello simile in testa con treccia d’oro, giuppone di raso ornato d’argento, stivaletti bianchi e calze di seta incarnate, con la collana al collo del Tosone …»

 

6^ e ultima tappa. MUSEO DEL VINO E DEL GRANO MONOCOCCO. Scendiamo in piazza M. Colonna e diamo qualche informazione.

(Notizie dal sito scritte da Roberto Salvatori)

Collegiata di Sant'Andrea Apostolo

Si parla di una chiesa dedicata a Sant’Andrea dal 1224. Nel 1500 Marcantonio II Colonna riedifica dalle fondamenta la chiesa,  di dimensioni più piccole,  già esistente. 

Le vicende storiche hanno visto un susseguirsi di signori al comando del feudo di Paliano,  ma dal 1562 sarà solo la famiglia Colonna a regnare. Marcantonio II Colonna  dal 1569 fu Duca e Principe,  così riorganizzò il suo stato e fortificò la cittadella dedicandosi anche alla chiesa di Sant’Andrea. 

Nel 1571 ottiene il titolo di Collegiata per questa chiesa più i benefici provenienti dai beni dell’antica chiesa di Santa Maria in Arce  e del monastero dei cistercensi (San Pietro). 

Nel 1584 in Spagna moriva Marcantonio II,  alla sua morte la chiesa non era ancora terminata ma c’era una cripta sotterranea per la sepoltura della famiglia Colonna sovrastata da una cappella, oggi il coro, che conteneva i loro monumenti funerari. 

All’inizio del Seicento salì al potere Filippo I il quale ultimò la costruzione della tomba di famiglia già avviata dal nonno Marcantonio II. Fece trasportare nella tomba di Paliano la salma della madre,  Anna Borromeo,  da Palermo.

Nel 1622 morì sua moglie Lucrezia Tomacelli, nello stesso anno fu ampliata la cripta e fu costruita una cappella dedicata a Santa Lucrezia, in memoria della defunta, fu ampliato anche il Palazzo Colonna adiacente la chiesa. 

Filippo I con i suoi interventi trasformò la chiesa in una seicentesca cappella mausoleo,  inoltre le diede l’aspetto che noi vediamo oggi. Alla sua morte,  avvenuta nel 1639,  il suo successore fu il Cardinal Girolamo. 

Verso la seconda metà del Seicento iniziarono i lavori per la ricostruzione della facciata e la ristrutturazione dello spazio interno. 

La facciata era tripartita con due cornici che segnavano il livello dei piani,  mentre la parte superiore dell’edificio era rettangolare. 

Antonio Del Grande,  architetto di famiglia,  si occupò di questi cambiamenti,  rispettando il preesistente. 

Nel 1757 furono sostituite le antiche iscrizioni sepolcrali cinquecentesche con quelle eseguite da Girolamo Reatini. 

Nel 1760 con il dipinto del martirio di Santa Caterina, eseguito da Niccolò Riccioloni,  si concluse la committenza Colonna a Paliano. 

Nel 1789 Tommaso Conca realizzò il quadro ovale del martirio di Sant’Andrea posto nell’abside. 

Palazzo Colonna

Con la fine del Medioevo e il mutare dei rapporti feudali, terminano le contese  tra le potenti famiglie romane. Nella seconda metà del XVI secolo, dopo la guerra franco-spagnola, l’epica vittoria di Lepanto contro i turchi (1571) e la definitiva pacificazione, inizia per la Campagna romana un periodo di trasformazioni sociali, di riordino degli assetti politici e di sviluppo edilizio. Agli inizi degli anni ’20 del XVII secolo, il Gran connestabile e IV duca Filippo I Colonna (1578-1639) avvia a Paliano la costruzione del palazzo di famiglia adiacente alla Collegiata di Sant’Andrea, su un terreno cedutogli dai canonici. Ultimato probabilmente attorno al 1630 e collegato alla chiesa tramite la cappella ducale, Filippo fa apporre sull’edificio una lapide con la seguente iscrizione:

PHILIPPVS COLVMNA DVX 

POSITO  

LVCRETIA TOMACELLAE CONIVGI SIBI SVISQVE  

SEPVLCHRO ID IVXTA

AD ANIMI SVI QVIETEM 

EREXIT HANC AVLAM

 

che oltre a ricordare la vicinanza al sepolcro della moglie Lucrezia Tomacelli – la cui salma venne tumulata nei sotterranei della chiesa nel 1622 – vuole anche sottintendere la devozione e l’eterno legame con l’amata consorte. 

   E’ il cardinal-principe Gerolamo, figlio di Filippo, che porta a termine i lavori di consolidamento e di ampliamento del palazzo tra il 1661 e il 1671, affidando l’incarico ad Antonio Del Grande, noto per aver edificato a Roma una parte del palazzo Doria, la galleria Colonna e per aver diretto i lavori di sistemazione dei palazzi di famiglia di Genazzano, Marino e Rocca di Papa. L’architetto realizza un progetto ad continuum per la residenza di Paliano, tenendo conto del primitivo assetto del tempo di Filippo. Il palazzo viene quindi ampliato verso sud con un corpo ortogonale a ‘L’, formando così un angolo retto, diventando il perno dell’impianto urbanistico generale e la piazza creata il punto d’arrivo dell’intero sviluppo viario del centro di Paliano, secondo un modello comune nei feudi dei Colonna, riscontrabile soprattutto a Zagarolo e a Marino. Come nell’edificio originario, Del Grande usa il ‘tufo nero’ estratto dalla cava del Cadàuso, una pietra di origine lavica che connota, anche da un punto di vista cromatico, gli elementi compositivi della seconda ala: pietre angolari, cornici, lesene, architravi,  mensole e modanature.

   Negli anni il palazzo si arricchisce di opere d’arte e di preziosi arredi trasferiti da altri luoghi: nella galleria delle armi, oltre a queste, sono conservati ritratti di vari personaggi e alcuni trofei di guerra tolti ai turchi nella battaglia di Lepanto. All’inizio del corridoio c’è la porta comunicante con la cappella privata all’interno della chiesa di Sant’Andrea, mentre sul fondo si trova la scala che immette nei sotterranei e nella cripta. Nei saloni del piano nobile, oltre a dipinti di artisti italiani e spagnoli del XVII e del XVIII secolo, si conserva un ritratto di Marcantonio Colonna di Scipione Pulzone, uno di papa Martino V, forse una copia del Pisanello, e un busto in marmo di Filippo I. Sempre di Marcantonio è conservato il suo letto da campo. Nell’antico salone d’ingresso, detto l’anticamera, vi sono dipinti con immagini di Bologna e a soggetto paesaggistico, quest’ultimi di Gaspard Dughet e Andrea Locatelli. Nel salone dell’ala sud, detto degli arazzi, sono conservati due enormi arazzi del ‘700 con stemmi del casato e due portantine dello stesso periodo. 

   Nella cripta di famiglia – originariamente collegata alla chiesa di Sant’Andrea, da cui si accedeva – sono sepolti tutti i componenti della famiglia Colonna del ramo di Paliano: da Fabrizio, morto nel 1520, ad Aspreno, deceduto nel 1987. Sull’altare della cappella funebre è collocata una copia della Resurrezione di Cristo e dei membri di casa Colonna il cui originale, di Pietro da Cortona, fu commissionato al grande artista barocco da Filippo I nel 1623. Attualmente il palazzo Colonna di Paliano è residenza privata e proprietà degli eredi di Aspreno i quali fanno parte, da qualche anno, dell’associazione ‘Dimore storiche italiane’.

                                                                                               Roberto Salvatori

 Scendiamo alla cisterna in viale Umberto I e visitiamo il  Museo del vino e Grano Monococco.

                                      Grano Monococco

                          (Triticum Monococcum)

 Il  “Grano Monococco” è un frumento “vestito” , cioè    presenta la cariosside racchiusa dalle glume  anche dopo la trebbiatura.

Coltivato nel vicino Oriente, sulle rive del lago Tiberiade, già 23.000 anni fa, fondamentale nella nascita dell'agricoltura, il grano monococco ha rappresentato, insieme con il farro e l' orzo, la base  della dieta della popolazione mediterranea.

La coltivazione del  grano monococco scompare alla fine dell' Età del Bronzo(1000-900 a. C.), soppiantato dal più produttivo farro che, a sua volta e per lo stesso motivo, scompare dalla pianura padana e dalle valli alpine attorno alla metà del secolo XVI,  sostituito dal grano tenero.

Tracce di questo  cereale sono state trovate a Remedello in provincia di Brescia. Più recentemente  resti di grano monococco sono stati trovati nello stomaco della mummia di Oetzi dell'Età del Rame (3300-3200 a. C.) rinvenuta nel 1991  in Alta Val Senales, nel ghiacciaio di Similaun. In Francia, dove si è conservato nelle Alpi della Provenza, ha ottenuto l'Indicazione Geografica Protetta

L'interesse per questo grano e i suoi derivati oggi è motivato dalla     sua minore allergenicità per persone con intolleranze alimentari e dalla sua ottima composizione: il suo glutine è a bassa tossicità;  sono presenti molecole proteiche  in grado di contrastare gli effetti tossici delle farine di frumento tenero; maggiore è il contenuto di acidi grassi monoinsaturi rispetto ai grassi saturi; è ricco di proteine, vitamine e carotenoidi 

Il Grano Monococco apre nuove prospettive  nella dieta di chi presenta particolari patologie come il morbo celiaco, il diabete e diverse intolleranze alimentari.

Paliano

Il Palio

Il corteo

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